NET

 

 

Un’ultima parte ancora deve essere dedicata prima di chiudere questo capitolo alla storia della scienza del computer. Si è visto come il computer sia divenuto nel tempo sempre più utile, sempre più potente e sempre più indispensabile, soprattutto da quando è nata “la RETE”.

La maggior parte delle tecnologie sfruttate dai primi hacker, quelli del Massachusetts Institute of Technology, che ne fossero contenti, infastiditi o indifferenti, erano in ogni modo di fatto finanziate dal Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti. Negli anni Sessanta, infatti, ci furono molte manifestazioni e proteste sotto i laboratori dell’MIT, soprattutto presso l’edificio 26 dove vi era l’AI Lab (Artificial Intelligence Laboratory _ Laboratorio Intelligenza Artificiale), dato che lì erano allocate le “macchine della guerra”, che venivano finanziate dallo stesso ente che mandava giovanissimi soldati a morire e uccidere in Vietnam. Gli hacker però cercavano di evitare sensi di colpa, dicendosi che non vi era niente di sbagliato se l’Esercito finanziava la ricerca tecnologica e informatica. Questa ricerca fu ancora più fomentata dopo che l’URSS, nel 1957, sperimentò con successo il primo lancio in orbita di un satellite: lo Sputnik. Se i russi, con cui gli americani erano in guerra fredda dalla fine della II Guerra Mondiale, erano riusciti a lanciare un oggetto da 200 pound (circa 75 kg) in orbita, nessuno gli impediva di utilizzare gli stessi razzi per lanciare testate atomiche verso gli Stati Uniti. La scossa che questo evento aveva causato fu grande, la supremazia tecnologica degli USA era stata minacciata. Così nel 1958 il Congresso approvò la costituzione e il finanziamento dell’ARPA (Advanced Research Projects Agency), con il fine di sviluppare la ricerca aerospaziale e con sede presso il Pentagono, a Washington DC. Pochi mesi dopo però tali attività furono trasferite presso la neonata NASA, spingendo così l’ARPA a cercare un nuovo argomento di ricerca. La scelta cadde sulla scienza dei computer e sotto la direzione di Jack Ruina, l’ARPA iniziò il suo nuovo percorso.

J.C.R. “Lick” Licklider, assunto direttamente da Ruina, appena giunto all’ARPA, iniziò a creare una rete di collegamenti tra i maggiori centri di ricerca universitari nel settore informatico, creandosi un gruppo di collaboratori che battezzò con il nome piuttosto originale di “Intergalactic Computer Network”. Lick restò per poco tempo, ma grazie a lui era stata lanciata un’idea, quella della rete, che fu in seguito raccolta da svariati soggetti. Uno di loro fu Bob Taylor, giovane e brillante scienziato chiamato nel 1965 dal successore di Lick, Ivan Sutherland, che come lui proveniva dall’MIT. Pochi mesi dopo Sutherland uscì dall’arpa e Bob Taylor lo sostituì. Entrando nella sala computer del suo ufficio, Bob si rese presto conto di quanto assurda fosse l’incomunicabilità tra i sistemi di quelle costose macchine su cui si lavorava. Spinto da questo disagio, Taylor si decise a sottoporre al direttore dell’agenzia, Charles Herzfeld, una richiesta per il finanziamento di un progetto volto a consentire la comunicazione e lo scambio di risorse tra i computer dei vari laboratori universitari finanziati dall’agenzia. Il progetto, che avrebbe consentito all’agenzia di risparmiare un sacco di fondi, fu naturalmente proprio per questo rapidamente approvato e lo scienziato ebbe carta bianca. Chiamò come collaboratore Lawrence (Larry) Roberts, un abilissimo informatico, ben conosciuto all’MIT, e Frank Heart, all’epoca uno dei maggiori esperti di elaborazione in tempo reale. Il problema di progettare una rete abbastanza affidabile e veloce, da permettere l’elaborazione interattiva a distanza, rimase tuttavia insoluto fino alla fine del 1967, quando Roberts partecipò ad una conferenza, alla quale intervenne un collaboratore di un certo Donald Davies. A quanto pare questo Davies, fisico inglese che lavorava al National Physical Laboratory, partendo dal problema della creazione di una rete pubblica atta a mettere a disposizione le capacità di elaborazione interattiva dei computer di seconda generazione a distanza e senza che le differenze di sistema operativo condizionassero la comunicazione, ebbe l’idea di suddividere i messaggi da inviare tra gli utenti di questa rete pubblica in blocchi uniformi: il Packet Switching. In questo modo un computer avrebbe potuto gestire l’invio e la ricezione di molti messaggi contemporaneamente, suddividendo il tempo di elaborazione per ciascun messaggio in ragione dei blocchi di dati. In realtà Davies non fu l’unico a pensare di “fare a pezzi” i messaggi; Paul Baran, infatti, un giovane ingegnere assunto nel 1959 alla Rand Corporation, un’azienda californiana che svolgeva ricerche nel campo dell’areonautica, lavorò su un problema che da qualche tempo era oggetto di studio dei tecnici della Rand e incluse nella soluzione, come Davies, la suddivisione in parti più piccole dei messaggi inviare. Il problema era come garantire che il sistema di comando e controllo strategico dell’esercito rimanesse, se non intatto, almeno operativo in caso di un attacco nucleare. Baran concluse che una rete sicura dovesse avere una configurazione decentralizzata e ridondante, in modo che esistessero più percorsi possibili lungo i quali far viaggiare un messaggio da un punto all’altro. Intuì che il sistema di telecomunicazioni doveva basarsi sulle nuove macchine di calcolo digitale, in grado di applicare sistemi di correzione degli errori e di scelta dei canali comunicazione e che per facilitare lo scambio di dati, piuttosto che inviare un messaggio da un nodo all’altro come un unico blocco di bit, era meglio dividerlo in più parti, in modo che potessero viaggiare attraverso vari percorsi verso la destinazione dove sarebbero stati poi ricomposti.

Entrambe le intuizioni di Davies e di Baran divennero le fondamenta della creazione della rete, insieme ad un’altra idea, quella di Wesley Clark, secondo cui piuttosto che collegare direttamente i vari grandi computer, ogni nodo sarebbe stato gestito da un computer specializzato, dedicato solo alla gestione del traffico, al quale sarebbe stato connesso il computer che ospitava i veri e propri servizi di elaborazione. Questi computer specializzati furono chiamati IMP  (Interface Message Processor). L’appalto per i finanziamenti fu vinto dalla BBN (Bolt Beranek and Newman) e  nel 1969 prese il via la fase esecutiva del progetto denominato ARPANET (net = rete). Nell’ottobre dello stesso anno si era già materializzato in una vera rete, costituita da due nodi connessi con una linea dedicata a 50 kbps: un elaboratore della UCLA (University of Californa, Los Angeles) e un mainframe SDS 940. Erano macchine poco più grandi di un frigorifero ed entrambe erano in grado di gestire il Time-sharing System.

Per monitorare e coordinare i lavori nel laboratorio di Arpanet, tutti i giovani ricercatori coinvolti decisero di costituire un gruppo comune, che si sarebbe riunito di tanto in tanto per esaminare il lavoro svolto: il Network Working Group (NWG). Uno tra i più attivi nel gruppo, Steve Crocker della UCLA, ne assunse la direzione e cominciò a mettere su carta i risultati degli incontri del gruppo. Queste documentazioni prenderanno il nome di RFC (Request for Comment, richiesta di commento): la prima della serie trattava il problema delle comunicazioni tra HOST1. Il primo risultato prodotto dal NWG, alla fine del 1969, era un rudimentale sistema di terminale remoto, battezzato TELNET. Risolto il problema del metodo di connessione, bisognava trovare un modo per far comunicare gli host da pari a pari, con un insieme di regole condivise da computer diversi. Arrivarono così i PROTOCOLLI. Il primo sviluppato fu il NCP (Network Control Protocol), mentre poco più tardi venne il primo protocollo dedicato al trasferimento di file da un host all’altro: l’FTP (File Transfer Protocol), utilizzato tutt’oggi per il trasferimento di file di grandi dimensioni via Internet. Tuttavia, l’applicazione che forse ebbe la maggiore influenza nell’evoluzione successiva della rete, fu la posta elettronica. L’idea venne per caso nel marzo del 1972 a un ingegnere della BBN, Ray Tomlinson, che provò ad adattare un sistema di messaggistica sviluppato per funzionare su un minicomputer multiutente. L’esperimento funzionò e il NWG accolse subito l’idea. Nel 1971 di Arpanet erano già diventati quindici e gli utenti alcune centinaia. Nel giro di pochi mesi poi tutti quelli che avevano accesso ad un host iniziarono ad usare la rete per scambiarsi messaggi. Attraverso la posta elettronica cominciarono ad essere condivisi anche i primi software gratuiti distribuiti via rete.

Sull’esempio di Arpanet si formarono presto altre micro-reti, generalmente gestite dalle università e proprio dagli stessi studenti. Vale la pena ricordare Aloha-Net, realizzata dalla University of Hawaii per collegare le sedi disperse sulle varie isole.

Larry Roberts, che credeva fosse giunta l’ora di presentare al pubblico la novità di Arpanet e reti annesse e affidò a Bob Khan l’organizzazione di una dimostrazione pubblica2. L’evento ebbe luogo nell’ambito della International Conference on Computer Communications (Conferenza Internazionale sulla Comunicazione con i Computer), che si tenne nell’ottobre del 1972. Fu in questa occasione che l’NWG divenne l’INWG (Internatonal Network Working Group). Il gruppo si prese a cuore la situazione delle miriadi di reti che si erano nel frattempo sviluppate partendo da tecnologie diverse, cercando un modo per far sì che esse potessero comunicare a prescindere dalle loro caratteristiche tecniche. Con questo scopo, Bob Khan e Vinton Cerf, al quale era affidata la direzione dell’INWG, arrivarono a sviluppare un nuovo protocollo: il TCP (Transmission Control Protocol), un protocollo che integrava il Packet Switching, ma era indipendente dall’hardware. Esso introduceva anche il concetto di GATEWAY, una macchina che faceva da raccordo tra due reti diverse. Un anno dopo, il TCP venne riscritto, stavolta diviso in due parti: una che gestiva la creazione e il controllo dei pacchetti (TCP) e un’altra che invece gestiva l’instradamento dei dati. Venne rinominato TCP/IP, il quale un pochi anni divenne il protocollo standard della Rete. Nel giugno del 1975 fu inoltre creato il primo gruppo di discussione basato sulla posta elettronica, ospitato sull’host della DARPA (era stato aggiunto Defence al nome originale), battezzato MSGGROUP. I temi che vi si discutevano erano di ambito tecnico, ma non mancarono discussioni su fatti esterni. Visto il successo di questo MsgGroup, ben presto fecero la loro comparsa altri gruppi di discussione non ufficiali ospitati sugli host universitari. Si narra che il primo fu SF-Lovers, dedicato agli amanti della fantascienza. Era chiaro che si stava definendo una nuova “comunità telematica”. Tuttavia, fino alle soglie degli anni ‘80, delle centinaia di dipartimenti di informatica del paese, solo 15 di questi avevano il privilegio, ma soprattutto le risorse finanziarie,  di possedere un nodo. Questa grande spesa era vista ancora infatti come un pericolo di impoverimento del sistema della ricerca universitaria. Per ovviare a tale rischio la National Science Foundation (NSF), un ente governativo preposto al finanziamento della ricerca di base, iniziò a sponsorizzare la costruzione di reti meno costose tra le università americane. Nacque così, nel 1981, CSNET (Computer Science Network), una rete che collegava i dipartimenti informatici di tutto il sistema accademico statunitense. In ogni odo, ancora prima di questa iniziativa, si erano già create delle reti presso alcune università che riuscivano a comunicare con Arpanet grazie ai sopra citati gateway e protocolli TCP/IP. Attorno ad Arpanet si stava quindi formando spontaneamente un’altra rete a cui sempre più utenti potevano accedervi e, proprio per questo motivo, nel 1983, la DCA (Defence Communications Agency, che aveva sostituito DARPA nella gestione di Arpanet) decise di dividere Arpanet in due rami per questioni di sicurezza: uno chiuso (MILNET) e uno invece a disposizione della comunità scientifica. La vecchia Arpanet, inoltre, aggiornò il suo vecchio protocollo NCP con il nuovo e diffuso TCP/IP e divenne così ufficialmente INTERNET. Parallelamente fu fondato un nuovo organismo di gestione tecnica della rete, l’Internet Activities Board (IAB), e tra i suoi sottogruppi l’Internet Engineering Task Force (IETF), a cui fu affidato il compito specifico di definire gli standard della rete, che mantiene ancora oggi. In seguito, Paul Mockapetris, Jon Postel, quest’ultimo autore di un nuovo protocollo per la posta elettronica, il Simple Mail Transfer Protocol, e Craig Partridge iniziarono a lavorare ad un nuovo sistema per individuare i nodi della rete, assai più facile da maneggiare rispetto agli indirizzi numerici IP. Nel novembre dello stesso anno, dopo alcuni mesi di lavoro pubblicarono le RFC 892 e 893 che delineavano il Domain Name System (DNS).

In aggiunta, visto il successo di Csnet, la NSF fece un’altra proposta che risulterà fondamentale per l’evoluzione di Internet. Con l’obiettivo di fornire al sistema universitario una vera infrastruttura telematica ad alta velocità, la NSF si prendeva l’impegno di realizzare una BACKBONE (dorsale) ad alta velocità, che congiungesse i cinque maggiori centri di Supercalcolo della nazione con una linea dedicata a 56 Kbps (Kilo byte per second). Tutte le altre università avrebbero potuto accedere gratuitamente a tale rete, detta NSFNET, a patto di creare a loro spese le infrastrutture locali. Il progetto fu avviato nel 1986 ed ebbe un successo enorme, tanto che con il formarsi di reti locali a fianco di quelle universitarie, fra il 1985 e il 1988, la backbone della NSFnet dovette essere aggiornata ad una rete a 1,544 Mbps (Mega byte per second) e un anno dopo il numero di host superò le 100.000 unità. Nel 1989 Arpanet, che ormai aveva esaurito il suo ruolo, venne smantellata. Inoltre, le università cominciarono a permettere l’utilizzo delle proprie connessioni anche ai non studenti. Internet era ormai molto di più di un sistema per inviare e ricevere e-mail: infatti, sempre di più erano le risorse che si destinavano per portarlo avanti e, sempre a partire dal 1989, arrivò una svolta finale nella sua architettura. In quell’anno, presso i laboratori informatici del CERN di Ginevra, TIM BERNERS LEE, fisico, concepì l’idea di un sistema ipertestuale on-line, per facilitare la condivisione di informazioni tra i gruppi di ricerca nella comunità della fisica, proponendone lo sviluppo nel suo dipartimento. Ottenuta l’approvazione, si mise al lavoro sulla sua idea con la collaborazione del collega Robert Cailliau (sarà lui a disegnare il logo con tre W verdi sovrapposte): risale proprio al 1989 il primo documento ufficiale riguardante il WORLD WIDE WEB, come l’aveva battezzato Berners Lee. Nel novembre del 1990 i due firmarono un secondo documento assai più dettagliato che descriveva il protocollo HTTP (Hyper-Text Transfer Protocol), che i computer avrebbero usato per comunicare documenti ipertestuali; con il protocollo HTTP, infatti, era stato definito anche l’HTML (Hyper Text Markup Language), il quale, utilizzato ancora oggi, non è un linguaggio di programmazione, ma bensì un linguaggio che descrive le modalità di impaginazione, formattazione o visualizzazione grafica (layout) del contenuto testuale e non di una “pagina web”. In particolare l’HTML è costituito da “elementi” che indicano una struttura e quindi una gerarchia dei contenuti nel documento. Questi elementi consistono generalmente di quattro parti: un “tag di apertura” che definisce l’inizio di un elemento, i suoi attributi (e relativi valori), i contenuti e un “tag di chiusura”. Proprio per questo motivo, gli elementi HTML vengono spesso detti informalmente tag. Nello stesso documento in cui Tim berners Lee aveva illustrato tutti questi elementi, aveva introdotto anche i concetti di BROWSER e SERVER e rendeva pubblico il nome da lui ideato per la sua creatura, appunto World Wide Web, cioè il “www” che sta all’inizio di ogni sito Internet. In particolare, per individuare facilmente le pagine web, Berners Lee aveva intuito di assegnare degli indirizzi a documenti su internet. Questo indirizzo lo identificò come URI (Universal Resource Identifier), conosciuto anche come URL (Uniform Resource Locator).

Per facilitare la sperimentazione del nuovo sistema ipertestuale di diffusione delle informazioni su Internet, Berners Lee realizzò anche un browser con interfaccia a caratteri, facilmente portabile su altre architetture, chiamato Line Mode Browser. La sua interfaccia era tuttavia piuttosto ostica e questo poteva essere un problema. Un primo aiuto in questo senso venne nel 1992, quando Pei Wei, uno studente di Stanford, realizzò un browser grafico per X-window (il gestore grafico standard per tutti i sistemi Unix), col nome “WWW Viola”. Provando Viola, Marc Andressen, studente specializzando presso il National Center for Supercomputing Applications (NCSA) della University of Illinois, ebbe l’idea di sviluppare un browser web grafico. Con l’aiuto del compagno di studi Eric Bina, Marc creò MOSAIC. Fu una vera e propria rivelazione per gli utenti Internet. Grazie alla semplicità di installazione e di uso, nel giro di pochi mesi attrasse su World Wide Web migliaia di utenti e soprattutto rese evidente un modo nuovo di utilizzare i servizi della rete Internet, completamente svincolato dalla conoscenza di complicate sintassi e lunghi elenchi di indirizzi. Grazie a Mosaic e alla sottostante architettura Web, Internet divenne uno spazio informativo ipermediale aperto e alla portata di chiunque con il minimo sforzo. Alla fine del 1993 Andressen lasciò l’NCSA e nel marzo dell’anno dopo incontrò uno dei fondatori della Silicon Graphics, Jim Clark, che lo convinse a fondare una società per sfruttare commercialmente il successo di Mosaic. Nacque così la Netscape Communication e pochi mesi dopo fu distribuita la prima versione beta di Netscape Navigator, le cui caratteristiche innovative ne fecero il legittimo l’erede di Mosaic.

Il 25 maggio del 1994 si tenne a Ginevra la prima “WWW Conference” (battezzata da alcuni Web Woodstock), seguita in ottobre da una seconda conferenza a Chicago. Da quei primi incontri scaturì la spinta per la fondazione del “W3 Consortium”, un’organizzazione voluta da Tim Berners Lee per gestire in modo pubblico e aperto lo sviluppo delle tecnologie Web. La prima riunione avvenne il 14 dicembre 1994.

 

In Europa Internet arrivò un po’ in ritardo, ma con questo non significa che non se ne fosse a conoscenza. In Italia, per esempio, andava di moda un altro metodo per comunicare telematicamente: si utilizzavano le BBS (Bullettin Board System). Un’esauriente introduzione alle BBS è stata data dal signor Joram Marino, un consulente di architetture telematiche, ovvero, come lui stesso si descriveva <<… mi occupo di ricercare le strategie adeguate, comporre il gruppo di lavoro idoneo ed effettuare gli interventi necessari nella gestione ordinaria, straordinaria ed emergenziale delle infrastrutture telefoniche ed informatiche…>>. Un comune lavoratore, insomma, che cercando sulla rete ne risultò molto coinvolto, tanto che nell’Aprile 2001, sul suo sito personale (http://www.joram.it/), scrisse un articolo, riportato qui a seguito interamente, dove raccontava della situazione italiana prima che arrivasse Internet e faeva capire come veniva gestita la rete e da chi.

 

“BBS: la telematica prima di Internet”

<<Ben prima dell’avvento di Internet, in Italia spopolavano le BBS, (Bullettin Board System, in italiano può essere tradotto come “Bacheca Elettronica”) che erano una specie di piccolo sito con le sue aree messaggi, le aree files, la possibilità di mostrare a chi si connetteva delle pagine informative ed altre utilità o futilità varie (banca del tempo, giochi, chat, ecc.). Il tutto era possibile grazie ad un PC, spesso gestito da un privato, con installato un software per la gestione delle connessioni telefoniche in entrata ed in uscita.

Esistevano BBS con una linea telefonica part-time (condivisa con quella domestica) che aprivano solo di notte (soluzione economica ma che creava non pochi problemi ai familiari del gestore, che in gergo veniva definito sysop); altre BBS avevano una linea telefonica propria (se il sysop se lo poteva permettere) per mantenere aperta la BBS 24 ore su 24 ed infine c’erano le BBS con più di una linea telefonica.

Il motivo per cui esistevano le BBS è semplice: il sysop era una persona che aveva voglia di divertirsi, di comunicare con gli altri o, più semplicemente, non aveva niente di meglio da fare che realizzare e gestire un sistema che permettesse lo scambio di messaggi telematici tra persone anche lontane. Tra le BBS si erano infatti create delle reti ed i messaggi scritti localmente potevano essere trasferiti ad altre BBS grazie a strutture gerarchiche ed organizzative ben precise.

Mantenere queste reti comportava delle spese per i sysop e per questo motivo la diffusione delle aree messaggi non era capillare. Tuttavia funzionava bene e l’equivalente dell’email (il Matrix) veniva inoltrato al destinatario in tempi ragionevolmente brevi: entro 48 ore nei casi peggiori ma anche in poche ore nei sistemi particolarmente efficienti.

Naturalmente quasi tutte le BBS, grazie anche alla continua supervisione del sysop, sposavano un codice etico fondamentale ossia quello del rispetto delle leggi in ambito giuridico (quindi niente pirateria, diffusione di password, di crack, di software pirata ecc.) e del rispetto e della tutela dell’integrità morale dell’utente (venivano quindi allontanati i rissosi, chi teneva comportamenti offensivi o intimidatori, chi non rispettava la libertà altrui ecc.), un codice comportamentale che in parte è stato ripreso dagli utenti di Internet con il nome di Netiquette.

Questa struttura funzionava perfettamente, con i suoi pregi ed i suoi difetti, almeno dal 1980 (fare stime precise non è facile, in questo settore) e fino al 1995 ha avuto pochi eguali anche se, nel 1994 si è scontrata con la vicenda ormai passata alla storia come “Fidobust” e che all’estero, dove ebbe grande risonanza, viene chiamata Italian Crackdown. Chi l’ha vissuto da utente, in prima battuta ha scoperto che all’improvviso nessun modem rispondeva più, tutti i numeri venivano provati, alla fine si cercavano notizie per telefono, sono stati momenti concitati. Io ero lontano dalla BBS da qualche tempo per problemi personali ed ho iniziato a ricevere telefonate a casa (ancora non c’erano così tanti telefoni cellulari) di amici e compagni che non sapevano cosa stesse accadendo, le notizie non filtravano, le chiamate andavano e venivano da tutta Italia, i sysop erano nella paranoia più totale, aspettavano l’arrivo della polizia senza neanche sapere perché. Di quei 2 giorni iniziali ricordo solo un gran caos che somigliava troppo alla paura. E l’Italian Crackdown fu il catalizzatore del declino della telematica amatoriale, fino ad allora basata sull’impegno personale ed a fondo perduto di tempo e risorse patrimoniali di persone di buona volontà e competenti.

Le BBS sono state, per tutti coloro che vi sono entrati in contatto, una scuola di tecnica informatica e di comportamento in rete: “Quotare” in maniera corretta o evitare gli off topic era non solo una forma di rispetto verso il lettore, ma anche nei confronti di chi a sue spese si era assunto l’onere di far girare i messaggi altrui e di tutti coloro che scaricavano la posta con modem di enorme lentezza e con spese telefoniche non trascurabili.

Basta leggere l’e-mail o scorrere un newsgroup di oggi per rendersi conto di quanta buona educazione informatica sia andata perduta. Ed era divertente, spaventosamente divertente anche per chi, come me, non aveva alcun substrato tecnico: da qui e’ nata la vera rivoluzione, perché quando ci si diverte non si vuole smettere di divertirsi, e da qui ha iniziato a prendere forma la strada che avrei seguito nel rapporto con la tecnologia.

Vorrei concludere questo breve accenno alla storia delle telematica italiana prima di Internet con le parole di un articolo apparso sulla rivista Wired e firmato da Jon Katz: “Quello che è chiaro è che il controllo su Internet è determinato da fattori che negli anni della sua nascita e del suo sviluppo iniziale non erano determinanti ai fini delle decisioni: il potere, il denaro e il controllo delle informazioni.

Internet ci parlava, in un primo momento, degli sforzi, dei progetti, della cooperazione degli individui; della loro autonomia e della loro libertà’ di comunicare tra loro senza intermediazioni.Una promessa che è stata mantenuta, almeno fino all’arrivo tempestoso della smania di lucro e potere. Sì, c’era una volta un’Internet dove non c’era Gates, ne i governi, ne i monopoli, ne fantastici investimenti privati, ne leggi per controllare o vigilare l’oceano tumultuoso della libera comunicazione tra individui.

Non sono mammut ne dinosauri a mantenere ancora vivo il meglio dello spirito originario della Rete, ma sono persone e gruppi attivi in comunità virtuali, newsgroups, mailing list, siti web, laboratori di ricerca, sono programmatori di software libero, editori di pubblicazioni indipendenti… sono loro che fanno di Internet uno strumento valido per la comunicazione”. E sono proprio questi personaggi, e la filosofia Hacker, che ringrazio oggi perché grazie a loro parte dello spirito che animava le BBS esiste ancora.>>

Joram Marino parla delle BBS non solo per quello che sono in senso pratico, ma anche e soprattutto di quello che sono a livello “spirituale”. Ha parlato infatti dei SYSOP, un nome che deriva dalla combinazione dei termini inglesi di SYStem OPerator (operatore di sistema), appassionati e disinteressati volontari che mettevano a disposizione tutti i loro mezzi per permettere ai gruppi di queste bacheche elettroniche di crescere.  Ha parlato anche di NETIQUETTE che non è solo buona educazione formale, ma vero e proprio rispetto e lealtà tra tutti gli utenti. L’ITALIAN CRACKDOWN nominato nell’articolo si riferisce ad un episodio accaduto proprio a causa del non rispetto della Netiquette. Essendo diventato un mezzo di comunicazione di massa, quelli che volevano contrabbandare materiale illegale, come software piratati o materiale pornografico o peggio ancora pedopornografico, trovarono le loro vie per farlo: alcuni BBS, infatti, comprendevano diversi livelli di accesso, per permettere l’accesso a certi contenuti solo da parte di alcuni utenti (anche dietro pagamento). Nell’ambito di un’indagine su tali traffici, l’11 maggio 1994 le procure di Torino e di Pesaro dettero inizio al cosiddetto Italian Crackdown, sequestrando e bloccando un gran numero di nodi BBS, senza però preoccuparsi della reale presenza di materiale illegale, ma semplicemente inibendo qualsiasi nodo BBS fosse ipoteticamente collegabile con i nodi di scambio. Il risultato non fu propriamente efficace dato che molti nodi “innocenti” vennero chiusi (tra cui Peacelink, un’associazione eco-pacifista nata 1991 che si proponeva di fornire informazioni trasparenti sulle guerre e sulle iniziative nonviolente): ne conseguì una pesante mutilazione della struttura della telematica italiana che, per la sua natura così clamorosa, lasciò in moti casi il tempo a chi distribuiva o scambiava materiale illegale ì a far sparire le prove dei suoi traffico.

La rete di BBS più diffusa in quel tempo in Italia era FIDONET, una delle principali reti di BBS mondiali, nata quando nel giugno 1984 Tom Jennings collegò la sua BBS a quella di John Madill. A partire da allora e nel giro di tre mesi si passò da 2 a 50 nodi per arrivare all’inizio del 1985 a 160 e nel 1991 verosimilmente a più di 10.000 nodi sparsi per il mondo. A questo proposito ogni BBS appartenente alla rete Fidonet aveva un indirizzo numerico su base geografica: ad esempio, l’Italia era il numero 33 e l’Europa il numero 2. Se confrontato al numero di utenti della rete oggi, 10.000 è un valore insignificante, ma occorre precisare che all’epoca, certi svaghi erano oggetto d’interesse solo per un pubblico ristretto, dato che erano ancora necessarie forti competenze informatiche. Furono infatti soprattutto gli hacker, infatti, a diffondere le BBS e la relativa Netiquette. E come anche Joram Marino scrive <<…grazie a loro parte dello spirito che animava le BBS esiste ancora>>.

Una delle vittime dell’Italian Crackdown fu Giorgio Rutigliano, un informatico italiano, che fu sysop del primo nodo della rete Fidonet in Italia, che però fu costretto a chiudere la sua attività in seguito all’evento. Nell’agosto del 1984 Rutigliano aveva aperto una BBS per sperimentare le possibilità di interconnessione telefonica. In novembre, venuto a conoscenza dell’esistenza della rete Fidonet, si accordò con l’allora coordinatore per la zona 2, Henk Wevers, per entrare nella rete e diventare il primo nodo di Fidonet a sud dell’Olanda. Ottenuto l’accordo, ne coordinò poi l’attività sino appunto al maggio del 1994 quando a seguito dell’Italian Crackdown decise di interrompere la sua attività in merito.

 

In meno di un secolo le innovazioni si sono susseguite come le stagioni, anzi ancora più velocemente. Come non farsi quindi coinvolgere e stravolgere, e appassionarsi, qualche volta anche a livelli maniacali, a questa tecnologia che permette di realizzate tutto o quasi. Vedendo tutta questa frenetica evoluzione, non si può far altro che pensare di essere solo nel brodo primordiale di questa scienza che è confrontabile alla scoperta del fuoco, affascinante e spaventoso, e che solo gli stregoni potevano maneggiare senza scottarsi.

 

 

[1] _ Un HOST di rete, in italiano “nodo ospite”, è un terminale collegato a una rete di computer al quale viene assegnato un indirizzo identificativo (un indirizzo IP). Un nodo ospite può essere di diverso tipo, ad esempio computer, palmari, dispositivi mobili e così via. Un host può offrire informazioni, servizi e applicazioni agli utenti o ad altri nodi della rete, proprio per questo viene definito “ospite”. 

[2] _ La prima dimostrazione pubblica di un collegamento tra Arpanet, Satnet e Packet Radio Network fu fatta nel luglio del 1977, con un sistema che collegava un computer in viaggio su un camper lungo la Baia di San Francisco a uno installato a Londra. Il collegamento funzionò perfettamente e convinse la DARPA, infatti,  al nome originale dell’agenzia si era aggiunto il termine “Defense” a finanziarne lo sviluppo. 

 

 

 

Pt. II _ HACKER >>

 

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