GENERAZIONE 2.0 _ Gli hacker dell’hardware e l’Homebrew Computer Club

 

 

È interessante quanti documenti esistano, soprattutto on-line, che raccontano la storia degli hacker e il loro operato. E diventa ancora più interessante quando gli stessi hacker ne sono autori. Vi sono anche delle pubblicazioni, fatte con pochi soldi, già poco dopo l’era degli hacker dell’MIT. All’epoca i computer erano vittima di stereotipi, incutevano timore alla maggior parte delle persone, dopotutto erano delle enormi macchine infernali che costavano milioni di dollari, talmente delicate, che solo persone in camice bianco le potevano avvicinare; era lo stereotipo dato dall’IBM. In merito a questi stereotipi, sempre nella pubblicazione Digital Deli, citata all’inizio di libro questa sezione, si trova un divertente elenco di quelle credenze popolari alle quali l’autore risponde prontamente. L’elenco in questione, “Computer Fears” (paura dei computer) è curato da George S. Zarr Jr., membro del Lunch Group.

 

 

Computer Fears di George S. Zarr Jr.

 

Potrei prendere la scossa. Questa particolare ansia era la preferita tra i nostri antenati, che trovavano scuse quando si trovavano ad affrontare invenzioni come la lampadina e il telefono. State tranquilli: la corrente elettrica della tastiera del computer, equivalente all’incirca a quella utilizzata da un rasoio elettrico senza fili, è semplicemente troppo bassa per causare danni.

Non capirò mai come far funzionare un computer. Oggi come oggi, accendere una macchina non comporta nient’altro che far scattare un interruttore e far caricare un programma. E al posto di quegli indecifrabili simboli che innescano le ormai rimosse paure per le frazioni, la maggior parte dei programmi ora usano l’inglese come mezzo di comunicazione. Molti di loro hanno dei menù pick-andchoose (prendi e scegli) per guidarvi attraverso le possibili scelte a disposizione.

Potrei romperlo. Non puoi ottenere tutta quella violenza con un computer semplicemente digitando sulla tastiera e accendendolo o spegnendolo. Gli home computer sono simili a qualunque prodotto preso in un negozio: essi variano in durevolezza a seconda del costruttore, del modello, al logorio e ad ogni modo vanno trattati con un minimo di rispetto. Io non ho simpatia per quegli utenti che bagnano le loro macchine con caffè e si lamentano perché poi stampano in dialetto marziano.

La macchina potrebbe perdere il mio lavoro. Cancellare una frase o due è sempre una possibilità, come lo è che tu distrugga tutto quello che hai registrato negli ultimi cinque anni. Ma puoi metterti al riparo da certe perdite tendendo d’occhio i tuoi comandi di cancellazione e avendo cura dei tuoi floppy disk. Ancora più importante è il ben conosciuto assioma del processamento dai dati: il “Back it up” (copia dei dati). Esso non richiede più del tempo necessario che serve a copiare un programma o dei dati da un disco all’altro, dandovi la possibilità di riprendere un lavoro che avete perso per strada.

Potrei perdere la privacy dei miei dati. Se possedete il tradizionale sistema “in solitario”(standalone), senza macchine esterne connesse, i tuoi dati sono al sicuro come lo sarebbero su un pezzo di carta. Per avere più sicurezza, non lasciate che nessuno legga alle vostre spalle quando immettere i vostri dati o password e rimuovete il disco a sessione conclusa. Se il vostro computer è connesso via modem e linea telefonica a quello di un amico, e vi capita di essere paranoici riguardo le intercettazioni, potete investire in un dispositivo o un software per crittare e decrittare le vostre comunicazioni. Per quanto riguarda il sospetto che qualcuno si connetta telefonicamente al vostro computer e si metta a cercare tra i vostri dati nel disco principale mentre dormite, tenetelo spento; nessuno ha ancora scoperto come accendere n computer in remoto.

 I computer hanno molte più capacità di quanto ne abbia bisogno. Questo è vero anche per le matite, ma quante persone si preoccupano di non usarle per disegnare opere d’arte o creare capolavori letterari? I personal computer variano da unità relativamente poco costose a situazioni più complesse e offrono una vasta gamma di funzioni. Le possibilità sono come voi e i vostri computer vi abituate gli uni agli altri, di espandere i vostri orizzonti e acquistare dei software che incrementano la versatilità della vostra macchina.

Usare un computer abbasserà la mia reputazione. Questa illusione circola tra gli impiegati di uffici che sono preoccupati di apparire stupidi tentando di comandare la nuova tecnologia. Se i computer sono così alieni per voi, specialmente se siete più anziano o “inquadrati”, un’introduzione graduale sarebbe probabilmente la scelta migliore. Un comprensivo corso privato può prevenire la perdita della faccia davanti ai colleghi di lavoro e convincervi che i computer per gli affari possono invece valorizzare la vostra reputazione.

 Potrei perdere la capacità di fare le cose da solo. Un computer non è uno strumento da elettroshock, nemmeno un dispositivo che trasforma in Einstein. Come strumento, il computer semplicemente vi aiuta a portare a termine i vostri lavori con maggior efficienza ed espande piuttosto che diminuire le vostre capacità. Cancellare a mano gli errori fatti sulla macchina da scrivere, ad esempio, impedisce l’atto creativo della scrittura, mentre correggere i testi su un personal computer è un piacere. Come per i matematici, è più produttivo stare a cercare un errore di moltiplicazione o essere liberi di esplorare nuove formule? 

Il computer è matematico e non si può usare per cose creative. Questa visione appartiene ad artisti, letterati e gente normale con una paura morbosa dei numeri. La buona notizia riguardo ai computer è che se voi non volete giocare con conteggi o fisica, potete comprare un programma di scrittura per aiutarvi nello scrivere, un pacchetto per aiutarvi a comporre musica, o un esaltante videogioco spaziale per stimolare il vostro spirito competitivo.

 

 

Può risultare alquanto buffa questa reazione popolare negativa, ma effettivamente, fino ad allora i computer erano per la maggior parte usati dall’esercito, dalle recenti missioni spaziali, dalle università e, soprattutto, da persone strambe. Per questo motivo, a quei tempi la maggior parte (se non gli unici) scritti riguardanti l’argomento computer erano i manuali forniti alle istituzioni che li usavano e le riviste ad essi dedicate erano pochissime; sembra ce ne fossero appena due. Una buona svolta per l’alfabetizzazione della popolazione sull’argomento avvenne, purtroppo, in concomitanza di una guerra. Era la seconda metà degli anni Sessanta e da lì ai prossimi dieci anni, le rivolte e i movimenti pacifisti si sarebbero moltiplicati, soprattutto in relazione alla guerra in Vietnam. Attraverso le iniziative di Lee Felsenstein, un ingegnere che si ritroverà ad essere un leader in questa diffusione dell’etica hacker nelle strade, di Bob Albrecht, un insegnante con la passione per le feste e la danze greche, e di uno scrittore piuttosto eccentrico di nome Theodor “Ted” Nelson, la tecnologia, vista inizialmente come un nemico diverrà invece uno strumento per la diffusione delle conoscenze e per migliorare la vita.

Lee Felsenstein fin da piccolo era affascinato dall’elettronica e la sua intelligenza gli avrebbe potuto benissimo consentire una posizione di prestigio al nono piano del Tech Square durante l’adolescenza. Realizzava moltissimi marchingegni, ma non osava mai attivarli e questo soprattutto a causa della competizione col fratello che era sempre stato al di sopra di lui e sicuramente avrebbe “simpaticamente” infierito su un’eventuale insuccesso delle sue invenzioni; trauma questo che gli segnerà la vita. Fortunatamente, più avanti negli anni, alla faccia del fratello ebbe l’opportunità di dimostrare la sua superiorità nell’elettronica. Era anche appassionato di letture fantascientifiche e di manuali elettronici. Un autore che sarà per lui un forte input fu Robert Heinlein, autore di “Rivolta 2100”, romanzo ambientato nel XXI secolo, in un paese oppresso da una dittatura mediatica alienante gestita dal “Profeta”, dove un gruppo di rivoluzionari decide di sovvertire questa dittatura donando il sapere, senza censure, alle persone. Felsenstein ne rimase molto colpito e pensò di applicare questa visione anche nella sua vita. Dopo il diploma, infatti, si iscrisse al corso di ingegneria elettronica presso la California University di Berkeley, dove avrebbe potuto apprendere gli strumenti per la sua futura rivoluzione. Il suo anno da matricola, in realtà, fu piuttosto conforme a quello di altri; nel tentativo poi di prendere una borsa di studio, ottenne invece un lavoro presso il Flight Research Center della NASA, la cui sede, la base dell’Air Force di Edward, era situata ai limiti del deserto del Moave. Per Lee quello era il paradiso: la gente là dentro parlava la lingua dell’elettronica e lui lavorava gomito a gomito con fior fior di ingegneri: era diventato un “servitore del Profeta” e ne era decisamente felice. L’idillio si spezzò però quando dopo due gli venne posta la domanda “Non sai forse che i tuoi genitori erano comunisti?”. Alla domanda sul modulo 398 per la sicurezza dove si chiedeva se avesse conosciuto o conoscesse “comunisti” aveva risposto con un sincero “no” e non aveva mai prestato attenzione al fatto che suo fratello si chiamava come Stalin. Non fu però la sua rovina, tutt’altro. Una volta uscito da lì, tornando a Berkeley, il suo spirito “anti-Profeta” tornò a galla rafforzato dalla situazione che aveva incontrato. L’intera comunità studentesca si era impegnata nel Free Speech Movement (Movimento per il dialogo libero) e Felsenstein decise di fornire il suo talento alla causa, offrendo la tecnologia a servizio della rivolta, la tecnologia per salvare il mondo. Inizio così un doppia vita da ingegnere lavoratore e attivista politico, Tuttavia, i computer e tutto quello che ci stava attorno non erano popolari tra i componenti del movimento e dopotutto erano macchine del Potere (del Profeta). Restò a Berkeley per tre anni (dal 1964 al 1967), continuando comunque la sua attività bipolare: oltre a fornire, infatti, servizi di elettronica divenne “redattore militare” del Berkeley Barb, un giornale underground. Qui curava la rubrica intitolata “Consigli utili del redattore militare”, dove spesso suggeriva che al movimento occorreva un’organizzazione rigorosa, come quella degli schemi di circuiti che egli riveriva. In questo periodo conobbe anche Efrem Lipkin, un giovane talentuoso hacker, che però considerava la sua abilità e la sua innata attrazione per l’elettronica e l’informatica una maledizione. Quando scoprì da dove arrivavano i finanziamenti per gli studi sui computer, cioè dal Ministero della Difesa, si mise addirittura a piangere: i computer che tanto amava ora erano a servizio dei militari e questo gli impediva di vivere il suo spirito hacker. Quando però Efrem e Lee si conobbero, mentre Efrem stava il più lontano possibile dai computer, Felsenstein ci si stava avvicinando. E proprio nel 1971, andò a vivere con un nuovo compagno di stanza: un computer XDS-940. Questa macchina apparteneva al Resource One, uno dei gruppi della Bay Area che si erano formati per promuovere l’attivismo comunitario tramite l’uso per chiunque delle nuove tecnologie. Da quel momento, Lee sarebbe stato il servo invisibile di questa macchina. Fu poi un’idea di Lipkin quella di creare un ramo del Resource One che portasse effettivamente i computer nelle strade: il Community Memory (C.M.). Questo progetto avrebbe permesso a tutti di sfruttare la nuova tecnologia per creare le proprie connessioni, unendo i popoli cambiando il mondo e Lee Felsenstein ne avrebbe coordinato il processo in puro spirito hacker. Il primo terminale fu posto nel foyer di un edificio che ospitava un negozio di dischi, la Leopold’s Record. Il progetto del C.M. comunque non era l’unica iniziativa intrapresa nella Bay Area. La diffusione del Free Speech Movement e i movimenti pacifisti aveva spinto molti appassionati di computer ad usare questi magici oggetti come strumento popolare: bastava farli conoscere.

Un luogo che conciliava in modo particolare il movimento pacifista con l’obiettivo di rivelare la parola dei computer alla gente, soprattutto ai bambini, era la People’s Computer Company (PCC), un’organizzazione che oltre produrre l’omonimo periodico cercava di diffondere un intenso feeling per l’informatica in sé. Spesso la PCC organizzava delle cene alla buona, alle quali Felsenstein partecipava spesso ed era sempre qui che si aveva l’occasioni di osservare Bob Albrecht, la mente dietro il Pcc, esibirsi in danze popolari greche, con o senza musica. Albrecht scoprì la sua vocazione in occasione di un discorso che tenere tenne presso una scuola superiore di Denver nel 1962. Scoprì che che gli studenti avevano frequentato dei corsi programmazione organizzati dall’IBM, ma non avevano mai fatto nulla in pratica: che senso poteva avere? Cominciò così a tenere dei corsi giornalieri e serali di programmazione per i giovani, rimanendo felicemente colpito da come i ragazzi imparavano velocemente, insegnavano ai loro compagni, si passavano i programmi e ne facevano di nuovi assieme. Questi ragazzi stavano mettendo in pratica proprio l’etica hacker e, anche se non se ne rendeva pienamente conto, Albrecht aveva comunque visto che questa era la strada per un nuovo stile di vita, “se solo i computer fossero stati a disposizione di tutti…”. Albrecht intraprese così la sua missione e il primo passo avvenne nella scuola dove faceva il corso, dove promosse l’apprezzamento dell’informatica tramite dimostrazioni tenute dai suoi studenti migliori. Ben presto però la sua vocazione lo spinse in California. Liberatosi di ogni abbottonatura esteriore, non che di moglie e figli, Albrecht si trasferì a San Francisco, con idee esplosive sulla diffusione dei computer tra i bambini. Fu qui che avrebbe cominciato ad aprire ogni martedì sera il suo appartamento a quelle informali riunioni, dove discorsi sulla programmazione e sui vantaggi della tecnologia erano accompagnate dalla degustazione di vino e ouzo. Conobbe poi altre persone che erano attive nell’ambito della diffusione informatica nella Bay Area e tra questi c’era anche Zio John McCarthy. Albrecht fu coinvolto poi nella realizzazione del “dipartimento per l’educazione informatica”, gestito dall’associazione non a scopo di lucro chiamata Portola Institute. Incontrando poi Leroy Finkle, un insegnante con la su stessa passione per l’informatica tra i ragazzi, fondò una casa editrice di  libri e prodotti per computer: la Dymax. Con la Dymax Albrecht riuscì a venire in possesso di un PDP-8 che caricò poi su un furgone Volkswagen portandolo in giro per le scuole e diffondendo “il verbo”. Questo fino al 1971, finché l’equipaggiamento della Dymax non aumentò e Albrecht trasferì il tutto su un’imbarcazione di 12 metri ancorata al Beach Harbor, a sud di San Francisco. La Dymax era molto frequentata e la cultura che si stava formando era sempre più definita. Albrecht pensò che fosse utile creare una qualche forma di pubblicazione a cronaca di quello che stava succedendo; fu in questa occasione che nacque la PCC prima come rivista e poi come divisione della Dymax. Il primo numero di PCC era datato ottobre 1972 e in didascalia all’immagine di copertina vi era scritto:

 

I COMPUTER SONO OGGI

USATI CONTRO LA GENTE INVECE

CHE A VANTAGGIO DELLA GENTE

USATI PER CONTROLLARE LE PERSONE

ANZICHÉ PER LIBERARLE

È TEMPO DI CAMBIARE TUTTO QUESTO

ABBIAMO BISONGNO DI UNA:

PEOPLE’S COMPUTER COMPANY

 

La rivista era mal impaginata, con più font su una stessa facciata e le correzioni fatte direttamente sulle lastre di stampa e la stessa impaginazione frettolosa dava l’idea del “non c’è tempo da perdere”. Ogni numero parlava degli invasati dei computer che organizzavano eventi per il paese, listati di programmi o lettere deliranti che inneggiavano alla diffusione, la più rapida possibile, della conoscenza informatica. Il successo ottenuto spinse la Dymax e la PCC a creare una sede a libero accesso, dove la gente avrebbe potuto venire a programmare, giocare, imparare con i computer. La location scelta era un ex drogheria nei pressi di un centro commerciale di Menalto Avenue. La creazione di questa piccola sede a porte aperte fu una mossa molto efficace; ogni varietà di persone passava per provare a programmare o sul PDP-8 o su un computer della Hewlett-Packard connesso in remoto e disponibile quando non veniva utilizzato “di là”. Venivano ogni sorta di persone, dai ragazzini, ai giovani fricchettoni, alle madri che portandovi i figli che, troppo curiose per non provare, spesso ci prendevano talmente tanto gusto che i mariti cominciavano a preoccuparsi. Ogni mercoledì presso il PCC, Albrecht organizzava ancora le cene come le organizzava prima nel suo appartamento. Uno degli ospiti più graditi era Ted Nelson, famoso nell’ambiente per aver scritto il COMPUTER LIB, un bibbia del sogno hacker. Nelson, che si era diagnosticato il “disturbo si sentirsi troppo avanti”, disse che nei primissimi anni Sessanta nel ben mezzo del suo tormentato mare di idee incontrò un computer e imparò qualche nozione di programmazione. Quando gli capitò più avanti di lavorare per una società per azioni nel campo dell’alta tecnologia si accorse di come quel sistema fosse squallido e di come le persone utilizzavano i computer senza accorgersi di cosa avevano per le mani realmente e soprattuto del potere racchiuso in quelle macchine. E tutto ciò lo fece infuriare. La sua furia si tradusse così in questa “pubblicazione sulla controcultura dei computer”, autoprodotta e impaginata in modo ancora più arbitrario del PCC, con un font così piccolo da essere difficoltoso da leggere. Vi erano annotazioni a mano, disegni naive ed era diviso in due parti. La seconda parte, in particolare, si poteva leggere rovesciando il libro e ricominciandolo dal fondo ed era intitolata DREAM MACHINES: qui Ted Nelson affrontava il futuro dei computer secondo la sua personale opinione. Questo libro bifronte era un puro manuale di etica hacker che già in apertura denunciava con forza la cattiva immagine dei computer che, secondo Nelson, non erano altro che frutto di enormi CYBERCRUD, ovvero, di bugie messe in giro dal potere (visto proprio come il Profeta di Felsenstein) per controllare le persone. Si definiva un fan sfegatato dei computer e nel libro diceva:

Ho argomenti da vendere. Voglio vedere i computer al servizio della gente,

prima è e meglio è,

senza barriere. Chiunque sia

d’accordo con questi princìpi è dalla mia parte.

E chi non li condivide, non lo è.

QUESTO LIBRO È SCHIERATO

PER LA LIBERTÀ INDIVIDUALE

È CONTRO LE RESTRIZIONI E L’AUTORITARISMO…

Ecco uno slogan che puoi portare tra le strade:

IL POTERE DEI COMPUTER AL POPOLO!

BASTA CON LE CYBERCRUD!

 

Anche se non così rapidamente il libro di Nelson ebbe il suo pubblico e fu anche ristampato. Alla PCC il Computer Lib era una spinta in più a credere nel futuro della diffusione dei computer tra la massa e Ted Nelson era ammiratissimo da tutti per il suo operato. La gente “normale” che partecipava ai convivi di Albrecht poi vi partecipava non tanto per le personalità che li frequentavano, ma perché erano veramente interessati ai computer. L’inizio della rivoluzione era arrivato davvero.

Se queste iniziative portarono ad alfabetizzare le persone nei confronti delle macchine dei sogni (Dream Machines come le difiniva Tom Nelson), il movimento che permetterà la concretizzazione del passaggio dal “computer al popolo” al “computer nelle case” sarà  l’HOMEBREW COMPUTER CLUB. Già citato nella prima parte della tesi a riguardo della nascita di Apple II e del SOL e anche della rabbia di Bill Gates per il suo Tiny Basic “rubato”, questo club vedrà la creazione e la costruzione dei primi personal computer e creerà le fondamenta di molte aziende. Lo stesso Steven Wozniak lo descrive come una culla per la sua Apple e per il nuovo modo di concepire i computer. Nell’apertura del suo articolo “Homebrew and how Apple came to be” (L’Homebrew e come arrivò Apple), Woz descrive molto bene l’atmosfera degli incontri del club:

<<Senza i computer club probabilmente non ci sarebbero computer Apple. Il nostro club nella Silicon Valley, l’Homebrew Computer Club, fu tra i primi di questo tipo. All’inizio del 1975, molte persone tech-type (appassionate ed esperte di tecnologia) si incontravano e andavano avanti e indietro per scambiarsi circuiti integrati. Potevi defnirlo Chips and Dips (gioco con la parola Chip che significa sia “circuito integrato” che “patatine, mentre dips sta per “salse”). Avevamo interessi simili ed eravamo lì per aiutare altre persone, ma non eravamo ufficiali o formali. Il nostro leader, Lee Felsenstein, che più tardi progettò l’Osborne computer, si sarebbe alzato ad ogni incontro annunciando la convocazione de “l’Homebrew Computer Club, il club che non esiste” e ognuno avrebbe applaudito allegramente. Il motto del club era “Dai per aiutare gli altri”. Ogni sessione cominciava con una revisione generale (mapping period) dove i partecipanti si alzavano uno per uno parlando di notizie interessanti, dicerie e discuterne. Alcuni potevano dire “Ho un nuovo componente” o qualcun altro avrebbe detto di avere nuovi dati o chiesto se qualcuno avesse un certo tipo di telescrivente. Durante il “periodo ad accesso casuale” che ne seguiva, avresti potuto gironzolare e trovare persone che si scambiavano dispositivi, informazioni e si aiutavano a vicenda. Occasionalmente un ragazzo si sarebbe alzato dicendo “C’è qui qualcuno dell’Intel? No? Bene, ho alcuni chip Intel da mettere in palio qui”. Questo era prima delle grandi società di personal computer e grandi soldi da considerare…>>

 

L’HCC era uno splendido crogiolo di hobbisti e hacker e sarebbe cresciuto parallelamente all’impero economico hi-tech chiamato Silicon Valley, il cui nome deriva dal materiale che veniva prodotto per fabbricare i semiconduttori: il silicio. Qui vennero prodotti i primi transistor, questi vennero poi compressi nei “piccoli insetti metallici senza testa” che sono i circuiti integrati, o chip, che hanno dato il via alla miniaturizzazione dei computer. La svolta fu data poi col primo microprocessore, un chip che includeva almeno il doppio delle interconnessioni di una già estremamente complessa CPU (Central Process Unit) di un computer. Il microprocessore, va ricordato, fu progettato da Federico Faggin, ingegnere vicentino, presso la Intel. Senza i chip probabilmente l’HCC non si sarebbe nemmeno formato, dato che i primi incontri avevano come argomento principale l’Altair 8800, il primo computer costruito attorno ad un circuito integrato. L’uscita dell’Altair accese la miccia della bomba dei nuovi appassionati dei computer, i nuovi hacker, quelli dell’hardware, quelli che volevano ad ogni costo penetrare le macchine così profondamente da raggiungere il punto in cui il mondo si sarebbe manifestato nella sua forma più pura, “dove il bit c’è o non c’è” come disse Les Solomon, a cui fu dedicato il SOL. Già al PCC si potevano trovare molte di queste persone, ma non tutte amavano visceralmente l’hardware o erano interessati ad insegnarlo; lo stesso Bob Albrecht, ad esempio, non lo era. Fred Moore, frequentava e lavorava al PCC e lì con lui lavorava, nel ruolo di consulente tecnico, Gordon French. Gordon era uno di quelli che amava l’hardware e costruire i computer e, infatti ne fece uno home brewed (fatto in casa), più o meno funzionante, basato sul chip 8008 dell’Intel che chiamò Chicken Hawk (falchetto). Essendo sia Moore che French intenzionati ad allargare la cerchia di appassionati di hardware, decisero di creare definitivamente un nuovo gruppo, un club di persone interessate a costruire computer, affrontando discussioni informatiche di alto livello, condividendo tecniche elettroniche e magari dimostrazioni di materiali consigliabili. Fred Moore e Gordon French appesero volantini per tutta la zona con scritto: <<GRUPPO DI UTENTI DI COMPUTER AMATORIALI HOMEBREW COMPUTER GROUP… o chiamalo come vuoi. Stai costruendo il tuo computer? Un terminale? Una tv typewriter? Dispositivi di I/O? Oppure altre misteriose scatole magiche digitali? Oppure stai comprando tempo di un sitema time-sharing? Se è così, potresti partecipare a una riunione di persone con interessi simili ai tuoi. Scambiare informazioni, barattare idee, lavorare insieme per un progetto, e qualsiasi altra cosa…>>. L’incontro era convocato per il 5 marzo (era il 1975), all’indirizzo di Gordon French a Menlo Park. Quel giorno pioveva e tutti i 32 i partecipanti sedevano sul pavimento del garage di French; tra loro c’erano Bob Albrecht con un Altair 8800 (prestato alla PCC dalla Mits, l’azienda produttrice), Lee Felsenstein e Bob Marsh, un suo amico con il quale in quel periodo stava provando a costruire una tv typewriter, cioè una telescrivente con uno schermo invece che un nastro di carta, e Stephen Wozniak, trascinato lì da un suo collega all’HP, Alan Baum. Facendo un rapido appello risultò che almeno 6 su 32 avevano costruito, o almeno provato a costruire, un computer o comunque qualche sorta di terminale, mentre molti degli altri avevano ordinato un Altair. Non c’era dubbio sul fatto che fosse un gruppo di eccellente competenza in elettronica, cosciente del fatto che l’Altair di per sé era una scatola vuota, “sprogrammata”.  Tuttavia, sapevano anche che dietro quel pannello inespressivo con quelle sue lucette lampeggianti c’erano dei bit binari che si agitavano e che l’Altair era una dimostrazione della realizzazione del loro sogno: i computer per tutti. Gli incontri da quel 5 marzo si susseguirono puntualmente ogni 15 giorni e ogni volta il numero di partecipanti aumentava. Già al secondo erano più di 40 e fu in quella occasione che scelsero il nome per il gruppo, tra un fantasioso corollario di proposte come Infinitesimal computer club, People’s computer club, Eight-bit byte bangers e altri. In sintonia con il principio hacker, non occorreva versare delle quote di iscrizione (salvo un dollaro per finanziare i volantini per gli incontri successivi) e soprattutto non vi erano cariche elettive, era un vero paradiso degli hacker. Al quarto raduno più di un centinaio di persone vennero a conoscenza dell’HCC e divenne evidente che il garage di Gordon French non avrebbe potuto ospitare tutti i membri. La sede, dal quarto meeting in poi, fu quindi in una sala della Peninsula School, sempre nei pressi di Menlo Park. Indipendentemente da dove si tenessero, i meeting del club erano sempre densi di scambi, chiacchere sull’elettronica e nozioni di programmazione, discorsi ovviamente di tale alto livello, tanto che Gordon French cominciò a sentirsi un po’ lasciato indietro. French era un tipo molto didattico e spesso si intrometteva nei discorsi degli altri, magari dicendo che avevano tralasciato una cosa o che lui avrebbe consigliato di farne un’altra. Questo atteggiamento da maestro bacchettone, cominciava a infastidire gli hacker, per loro l’imperativo era fare, fare e fare e non avevano tempo per stare a leggere manuali di programmazione o chissà cosa. Era evidente che serviva un nuovo moderatore al club. La scelta più logica sembrava Fred Moore, era lui quello che forse più di tutti credeva nelle potenzialità del club e, soprattutto, era cosciente che presto tutti avrebbero voluto un computer in casa e si rammaricava con le grandi aziende che non investivano su questo campo, come diceva lui “…Sono troppo impegnate a vendersi le une con le altre (e al governo e ai militari) macchine dai costi gonfiati. Sono molto contento del successo che la Mits sta avendo con l’Altair perché ciò determinerà tre cose 1) sveglierà le aziende sulla domanda di computer a basso costo nelle abitazioni; 2) provocherà la formazione di computer club e di gruppi di appassionati che riempiranno il vuoto delle conoscenze tecnologiche; 3) contribuirà a smitizzare l’immagine dei computer…”. Fare e condividere era il motto del club e tutti gli hacker ne erano convinti. Ma a scapito di queste premesse, la scelta cadde poi, con ovazione del pubblico e con sorpresa per il prescelto, su Lee Felsentein; egli non solo era un abile hacker dal punto di vista pratico, ma era anche un informatico politicizzato e questo non solo per  le sue esperienze da sessantottino attivo, ma proprio per la sua visione dei computer e della loro diffusione come chiave di una rivoluzione del popolo. Fu Lee a cominciare a gestire le riunioni tramite le procedure che racconta Steve Wozniak nel suo articolo sopra riportato: quelle del “mapping” e del “periodo ad accesso casuale”. Questo nuovo ruolo di Lee, lo aiutò ad uscire dai suoi complessi di fallimento ed anzi le riunioni, con un moderatore così competente, in breve tempo accrebbero ancora di più il loro livello, al punto che a volte se Albrecht andava a fare una capatina, si rendeva conto che non capiva la lingua che stavano parlando quei giovani e non solo per eventuali termini del tipo “tizio sta boostrappando”, ma proprio per il modo in cui questi hacker si rapportavano tra loro e soprattutto con le macchine. Nutriva una tale cieca devozione che faceva accettare loro qualsiasi nuova scoperta, qualsiasi nuova tecnologia, forse anche troppo e Fred Moore la pensava così. Poco dopo l’avvento di Felsenstein alla direzione degli incontri, Moore diede le dimissioni da tesoriere, segretario e direttore della newsletter. Ormai possibilità che il club lavorasse a fini umanitari era del tutto vana, ormai era volto interamente alla “propaganda del fatto concreto” e la cosa peggiore era che sempre di più si presentavano al club persone con la speranza di fare soldi, molti soldi. Fred era triste per come questa gente non avesse altro per la testa che le macchine, per come non pensavano ad esempio alle donne asiatiche che lavoravano in situazioni disumanizzanti per creare i chip che tanto amavano, ma probabilmente a loro la cosa non li avrebbe toccati. Questo sentimento e i problemi personali, spinsero Moore fuori dal club che lui stesso con French aveva formato e di cui in fondo andava profondamente fiero. E aveva ragione; Les Solomon, direttore del Popular Electronics, l’amata rivista che aveva presentato l’Altair 8800 andò a visitare l’HCC, rendendosi conto della sinergia totale che univa le menti di quelle persone. Poco tempo prima, Lee Felsenstein sotto consiglio di Marty Spergel, detto “the junk man” (il rottamaio) per la continua fornitura di pezzi e materiali che regalava al club, aveva costruito uno dei primi Modem per connettersi alla linea telefonica, che all’epoca costavano ancora centinaia di dollari. Lee lo avrebbe venduto a soli 109 dollari e lo chiamò Pennywhistle. Solomon lo mise sulla copertina di Popuar Electronics proprio prima di andare in visita all’HCC.

Ormai l’HCC era al culmine, si era giunti ad una nuova Età dell’Oro di una nuova generazione di hacker, quelli che applicavano l’etica per il bene comune, per metterci su le mani, per l’informazione libera, per la spregiudicatezza nei confronti di tutti. All’Homebrew, infatti, potevi trovare diciassettenni discutere sullo stesso livello con signori di mezza età o dirigenti di piccole aziende. Questi nuovi hacker fecero entrare il mondo nel loro mondo, non avevano escluso i “perdenti”, ma anzi si erano resi disponibili come guide per la rivoluzione informatica. Basti pensare che proprio da lì usciranno il SOL, l’Apple II e perfino il modem Pennywhistle rendendo il loro mercato, quello delle piccole macchine magiche, alla portata di tutti. E un fatto strano era che le grandi industrie dominanti (tra cui l’IBM) non prestavano attenzione alla genesi di questa nuova industria. Niente di più sbagliato. Ben presto grazie all’HCC, che delimitò il passaggio da un mondo in cui l’etica hacker era un’esclusiva per pochi, i computer sarebbero usciti dalle industrie come fogli bianchi che nuovi hacker potevano riempire come volevano, dimostrando che la concezione dei computer era totalmente cambiata rispetto ai precedenti quindici anni.

 

 

 

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